Università scelta Classista

In Italia, la scelta di andare all'università è una scelta classista, perché l'università è ed è sempre stata una struttura classista.

L'università non è un ascensore sociale: serve per raggiungere lo stesso livello raggiunto da genitori o nonni, per ereditarne lo studio professionale;  non esiste alcuna garanzia per i laureati nei confronti della sottoccupazione, che è la situazione lavorativa in cui si trovano la maggior parte dei  non privilegiati, quando riescono ad arrivare alla laurea, perché, nonostante le buone intenzioni dell'articolo 34 della Costituzione, i capaci e meritevoli,  se privi di mezzi economici a livello familiare, non ricevono alcun aiuto concreto  per raggiungere i gradi più alti degli studi.

Questa situazione di fatto sembra destinata ad avere anche una legittimazione legislativa attraverso l'ennesima riforma annunciata del governo Renzi. In pratica, il titolo di studi è destinato ad avere un "peso" diverso, un diverso valore a secondo dell'Ateneo in cui sarà stato conseguito. Sarà necessario, quindi, stilare una graduatoria degli Atenei,  valutando una serie di voci, e la posizione in graduatoria determinerà anche la spendibilità del titolo di studio erogato. Se il tuo Ateneo è in una posizione alta, la tua laurea varrà di più; se il tuo Ateneo è in una posizione bassa, la tua laurea varrà di meno. In apparenza, un principio validissimo e condivisibile, ma in realtà quali sono le voci che verranno considerate nella stesura della graduatoria? In una forma sensata dovrebbero essere prese in considerazione solo le voci relative alla didattica, visto che di questo si tratta; e invece no, ad avere un peso determinate sono voci relative alla gestione economico-aziendale, la capacità di attrarre studenti da altre aree, e altre voci che con la didattica non hanno niente a che vedere. E allora si scopre, che - guarda caso - nell'ipotesi di  graduatorie che stanno girando in questi giorni, le prime posizioni sono occupate tutte da Atenei del Nord-Italia che hanno sede in megalopoli e possono contare su bacini d'utenza formati per lo più da una borghesia medio-alta, benestante, ricca e in certi casi straricca.

Questi Atenei possono praticare una politica delle tasse universitarie non condizionata da vincoli di natura sociale e imporre tasse francamente elevate, in alcuni casi addirittura esose, mantenendo in questo modo il famigerato rapporto fondi incassati/spese per il personale entro limiti che il Ministero definisce, non senza una certa comicità inconsapevole, "virtuosi". In somma, per essere virtuoso un Ateneo deve poter tassare ad libitum gli studenti; se poi, le assunzioni sono fatte in modo clientelare o familistico, se gli insegnamenti sono iperrappresentati e si costituiscono autentiche dinastie o baronati, questo dato non emergerà perché non rilevabile in base agli indicatori previsti. Gli Atenei che otterranno in questo modo la qualifica di virtuosi, riceveranno anche maggiori fondi e avranno maggiori disponibilità per garantire il turn-over, disponibilità in quest'ultimo caso sottratte agli Atenei meno virtuosi.

Che cosa ne consegue?

Che le istituzioni universitarie più ricche saranno sempre più ricche e quelle più povere, pardon meno virtuose, che poi sono quasi tutte quelle del Sud-Italia, saranno sempre più povere.

Con buona pace della solidarietà e della funzione sociale della formazione dell'individuo e del cittadino.

P. la segreteria

USI S.U.R.F.

 

C. Santi