Il sindacato si fa imprenditore! L'Accordo della Vergogna.

Una scomoda presenza nel Mondo del Lavoro.

 

Prima d’iniziare a fare delle considerazioni tecno/politico/sindacale, diamo un nostro giudizio di come viene interpretiamo e percepiamo l’accordo del “Testo Unico sulla Rappresentanza” del 10 gennaio 2014.

Possiamo scrivere che l’accordo non è un Decreto Legge ma una intesa, una “concertazione” tra più soggetti che ci vede oggi come ieri in netto contrasto.
Il testo firmato da Confindustria (associazione padronale) con cgil, cisl, uil (in rappresentanza dei lavoratori) ed altre associazioni sindacali accodatesi in seguito, come da risposta 10 aprile 2014, lasciarebbe poche speranze ad altri soggetti sindacali che si vedrebbero eliminati presupposti primari quali la sottoscrizione dei contratti, sia di secondo livello che dei CCNL, (un cedimento inutile) escludendo così quelle realtà raprresentative di minoranze per trarne indebiti vantaggi.

La misurazione o la certificazione della Rappresentatività nei luoghi di lavoro non sfugge al giudizio principe della limitazione della democrazione sostanziale nei luoghi di lavoro per il quale ci battiamo da anni!
Il tentativo di esclusione delle minoranze sindacali non può divenire realtà.
Le nuove regole del mercato del Lavoro chiedono a tutti noi una presenza capillare ed uno sforzo ulteriore per ribaltare il profilarsi di un attacco al salariato, alla disoccupazione e al precarito che le nuove regole del lavoro avranno come conseguenza:

1. condizioni i salariali al limite della povertà;

2. nuovi accupati con un diverso regime giuridico a loro difesa;

3. non occupati che non avranno possibilità accupazionali;

4. precariato in crescita crescente;

5. un sociale sotto attacco dalla casa alla sanità;

Queste sono le tutele crescenti pensate da una classe dirigente impregnata da corrotti e collusi.

Il testo unico sulla Rappresentanza è dentro il progetto del Jobs Act .
I quattro capisaldi dell’accordo sono la misura della contrazione rappresentativa delle minoranze a favore dei soliti sindacati, mai realmente contrapposti allo strapotere padronale, e dei vari governi che si sono succeduti nel tempo.

Parte Prima.

· Misura e certificazione della Rappresentanza, controllori controllati si scambiano i ruoli;

· Misura del contributo associativo;

· Secondo l’intesa dovrebbero esser valide solo le deleghe d’adesione degli aderenti all’accordo, già previsto nei CCNL, ma cosa già smentita da giusrisprudenza costante;

· L’INPS elaborerà i dati associativi aggregandoli ai CCNL delle singole categorie mettendo così un ente pubblico al servizio del privato;

· I dati aggregati saranno trasmessi al CNEL e ritrasmessi alla Commissione elettorale dei Garanti;

· Il comitato dei garanti ad elezione rsu avvenuta li ritrasmetterà al CNEL;

· I dati associativi comunicati al CNEL determineranno la soglia del 5% degli aventi dirito alle RSU;

· Le RSU saranno riconosciute al raggiungimento del 50% + 1 degli aventi diritto. Nulla di nuovo.

 

Parte Seconda.

Regolamento in azienda.

Le parti contraenti determineranno una sola forma di rappresentanza:

a) Le rsu dovranno garantire l’invarianza dei costi aziendali;

b) Le rsa in scadenza potranno essere costituite dalle rsu per decisione delle O.S. maggioritarie con totale dipendenza dalle O.S. come oggi;

c) Il tutto trova applicazione nel’art. 2112 del Cod. Civ., le rsu resteranno in carica fino al rinnovo della nuova rsu. (Trasferimento d’azienda. Il rapporto di lavoro contunua con l’aquirente rimando in essere le condizioni precedenti, nel caso in esame anche le rsu);

d) Avranno diritto i soggetti firmatari dei precedenti patti: del 28 giugno 2011, del 31 maggio 2013 e del presente accordo. Tanti paletti e tante limitazioni per blindare un patto tra galantuomini;

e) Una garanzia tripartita. Il numero minimo delle rsu nelle unità pruduttive sarà di TRE per duecento dipendenti; un bel passo indietro rispetto al passato che garantisce una maggiore sicurezza per i contraenti del patto;

f) Sono salvi i diritti, come riportato nella legge 300/1970, art. 20, con una variabile:

3 delle dieci ore annue di assemblee sindacali saranno esigibili dalle O.S. e 7 destinate ai lavoratrori mentre in passato tutte e 10 le ore erano ad uso dei lavoratori;

g) La rsu non può cambiare casacca, pena la decadenza. Sono più avanti del parlamento;

h) Potranno partecipare alle RSU, “solo le organizzazioni che accettino espressamente, formalmente ed integralmente i contenuti del presente accordo, dell’acordo del 28 giugno 2011 e del protocollo del 31 maggio 2013”.

Il varo di una commissione d’arbitrato costituita dagli stessi firmatari, mi pare anche singolare, come quella di un fondo cassa di apposita costituzione.

Il tutto per riconfermare che:

Padroni e Sindacati confederali non chiedono null’altro che soltando una limitazione della democrazia nei lughi di lavoro, un ambito protetto in cui il diritto alla tutela è un fatto meramente discrezionale deciso dai soggetti firmatari di questo accordo come dei precedenti.

Quanto qui descritto sintenticamente non poteva essere un incidente di percorso ma altresì propedeutico a cio che il governo Renzi si accingeva a varare allo scadere dell’anno 2014 con il Jobs Act seguito dalle tiepide risposte dai firmatari dell’accordo, quello della vergogna.

Milano 08.01.2015

La segreteria

 

USI – C.T. & S. (MI)