La Storia dal 1922 al 1945

A)   Dal terrore fascista alla rivoluzione spagnola

 

Una guerra senza tregua opponeva l’U.S.I. al sem­pre più potente squadrismo fascista che operò la sistema­tica distruzione delle Sedi dell’Unione Sindacale, l’uccisione e l’arresto di molti dei più attivi militanti. I fascisti assaltarono armati, una ad una, le Camere del Lavoro incendiandole e alcune addirittura rase al suolo.

In tutta Italia i lavoratori dell’Unione Sindacale difesero strenuamente le loro roccaforti, come a Bologna ed a Sestri Ponente. Qui gli operai armati sbaragliarono più volte le squadre fasciste nei continui attacchi contro la Casa del Popolo dell’Unione. Inoltre, a Livorno e Piombino, dove le Camere del Lavoro dell’Unione Sindacale fu­rono tra le ultime sedi proletarie a cadere, i mili­tanti dell’U.S.I. offrirono per diverso tempo delle isole antifasciste al servizio di tutto il proletariato della zona.

I militanti dell’U.S.I. furono tra i protagonisti nelle squadre degli “Arditi del Popolo”, unico tentativo di resistenza proletaria armata contro il fascismo. Gli “Arditi del Popolo” furono in grado di sconfiggere duramente lo squadrismo fascista, come infatti avvenne a Sarzana, Civitavecchia, Viterbo. Nel 1922 migliaia di fascisti accorsi da tutta l’Emilia-Romagna, parte della Toscana, Lombardia, Umbria e Marche, furono duramente sconfitti e dispersi dagli “Arditi del Popolo” nella battaglia di Parma.

Fu l’ultimo e significativo atto di resistenza proletaria al fascismo. L’Unione Sindacale Italiana, al pari di tutte le altre organizzazioni antifasciste italiane, fu ridotta al silenzio ed i suoi militanti sopravvissuti al terrore furono poi costretti ad intraprendere la strada dell’esilio.

L’U.S.I. ebbe 23 Camere del Lavoro, 28 Sedi dell’Unione e 6 Sindacati Nazionali totalmente distrutti dal terrore fascista[1]

Nel Gennaio 1925, il Prefetto di Milano decretò lo scioglimento dell’Unione Sindacale Italiana, del resto ormai erano già distrutte la maggioranza delle Camere del Lavoro e delle Unioni locali, con i suoi militanti in galera, in esilio od uccisi.

Nel Giugno 1925 l’U.S.I. riuscì a tenere un suo ultimo Convegno Nazionale a Genova poi, ridotta ormai a gruppi sparsi e braccati dalla polizia, cessò di esistere come forza reale nel paese continuando tuttavia l’attività all’estero. Una prima Segreteria fu riformata in Francia dagli esuli e tra i primi atti vi fu quella di coordinare tutti i gruppi clandestini in Italia.

Furono quindi costituite sezioni dell’U.S.I. nelle città di Marsiglia, Nizza e Lione, e successivamente un Comitato di Emigrazione a Parigi si attivò prontamente per collegare i militanti ed i lavoratori iscritti all’Unione e coordinare le attività. Infatti, tra i compiti più urgenti vi era quello di mantenere viva la fiamma del sindacalismo rivoluzionario e riprendere fin da subito i  contatti con i compagni rimasti in Italia. Del resto, era di particolare importanza, in momenti così drammatici, dare un segnale di speranza e possibilità di ripresa dell’U.S.I.

Le difficoltà materiali dell’Unione Sindacale Italiana in esilio erano molteplici. Innanzitutto politiche: le altre organizzazioni antifasciste potevano disporre dell’aiuto delle strutture francesi, come ad esempio i socialisti ed i socialdemocratici. I comunisti italiani erano sostenuti dal partito francese, ed erano altresì entrambi a totale disposizione dell’Internazionale moscovita. Una delle conseguenze fu che i comunisti francesi, essendosi impadroniti con i loro classici sistemi della C.G.T.U. (il più grande sindacato francese), espulsero e perseguitarono i sindacalisti rivoluzionari.

A compimento dell’opera, i comunisti italiani, a dimostrazione della loro zelante obbedienza, scatenarono in Francia un’inaudita campagna contro l’U.S.I. e l’A.I.T. (l’Associazione Internazionale dei Lavoratori era stata fondata a Berlino nel 1922 in opposizione alla totale sudditanza dei sindacati dei lavoratori alla dittatura di partito imposta dai bolscevichi), spargendo calunnie e le falsità più assurde con lo scopo di espellere dal movimento operaio qualsiasi struttura realmente rivoluzionaria ed in nessun caso disponibile alla sottomissione nei confronti di Mosca.

L’Unione Sindacale Italiana non poteva nemmeno sottovalutare le spie ed i provocatori inviati dal regime fascista. L’Unione era costretta ad una vigilanza costante contro il pericolo di delazioni e possibili infiltrazioni e provocazioni. Esemplare nella metà degli anni ‘20 la presenza sinistra di individui come Ricciotti Garibaldi che era riuscito addirittura a formare una “legione italiana” allo scopo di un intervento armato in Italia e non pochi sinceri antifascisti dettero la loro adesione. Come ben presto si seppe, Ricciotti Garibaldi era una spia del regime.

Nonostante le difficoltà sopra descritte, l’USI fu in grado di mantenere in vita diversi organi di stampa, in modo particolare il giornale dell’Unione “Guerra di Classe”, inoltre, i militanti dell’USI furono sempre in prima fila in tutte le iniziative antifasciste. Grazie al Comitato d’Emigrazione, tra l’altro, furono possibili le grandi mobilitazioni contro le condanne a morte di Sacco e Vanzetti.

“Guerra di Classe” fu anzi un importante strumento di dibattito e di circolazione di idee e progetti intorno al sindacalismo rivoluzionario ed all’anarco-sindacalismo.[2]

In esilio, non cessò mai la lotta internazionalista dei militanti dell’U.S.I. ed una delle prove più significative fu l’esperienza della Spagna.

Durante il periodo della dittatura del generale De Rivera negli anni ‘20, numerosi militanti e quadri sindacali della C.N.T. (la sezione spagnola dell’AIT) erano in esilio in Francia, entrando in stretto contatto con i militanti sindacalisti rivoluzionari francesi, tedeschi, italiani e di altri paesi. Dalla proclamazione della Repubblica in Spagna (aprile 1931) in poi, la C.N.T. (Confederaciòn Nacional del Trabajo) svolse una accanita lotta di carattere rivoluzionario in difesa del proletariato urbano e contadino e non furono pochi i momenti di aperta rivolta contro le classi dirigenti dello stato iberico, dal momento che la sinistra spagnola era incapace anche di intaccare gli enormi privilegi delle caste dominanti lo stato spagnolo, nonchè di frenare i numerosi tentativi di reazione. Nel luglio 1936, in risposta alla vittoria del Fronte Popolare nelle elezioni di febbraio, tutta la reazione spagnola si strinse intorno all’esercito che si sollevò contro il governo repubblicano. La resistenza armata al fascismo si trasformò fin da subito in rivoluzione sociale. Dopo le fallite esperienze autogestionarie e libertarie della rivoluzione russa, il sindacalismo libertario e rivoluzionario ebbe la concreta possibilità di sperimentare e di attuare le proprie teorie e pratiche di liberazione umana. Abolendo lo Stato, il Capitale ed il principio di autorità, seguendo le risoluzioni adottate nel Congresso di Saragozza del maggio dello stesso anno.

L’U.S.I., insieme alle altre Sezioni dell’AIT, si spese senza riserve in favore della rivoluzione spagnola. Furono moltissimi i libertari ed i militanti dell’Unione ad accorrere accanto alla C.N.T., sia come combattenti delle Colonne Durruti - Ascaso - Ortiz, sia come militanti nelle esperienze libertarie ed autogestionarie della Catalogna e dell’Aragona.

Barcellona fu il cuore pulsante della Spagna libertaria. Grazie alla C.N.T. che organizzava decine di migliaia di lavoratori, aveva sconfitto militarmente i fascisti, avviato la rivoluzione sociale ed era ormai un simbolo per i rivoluzionari di tutto il mondo. L’U.S.I. ebbe fin da subito la sua Sede nella Via Layetana, all’interno del palazzo della C.N.T. detto “casa Cambò”. Da qui furono possibili tutte le modalità di coordinamento dell’attività dei militanti libertari che arrivavano in Spagna e le possibilità di intervenire efficacemente in tutte le problematiche pratiche e reali che offriva la situazione in quei momenti intensi.

I militanti che “reggevano” l’U.S.I. a Barcellona erano Celso Persici, Domenico Ludovici, Virgilio Gozzoli e Camillo Berneri. Fu proprio a quest’ultimo che l’Unione affidò la direzione del giornale “Guerra di Classe” e il mandato dell’organizzazione, come Sezione dell’AIT, presso la C.N.T.

Berneri si rese subito conto dell’enorme importanza della rivoluzione spagnola e soprattutto delle reali possibilità di vittoria del sindacalismo rivoluzionario e libertario spagnolo. Pensava lucidamente a tutte le probabili ripercussioni sul movimento operaio italiano e sulle strategie di lotta al fascismo in Italia. La vittoria della rivoluzione in Spagna avrebbe legittimato in modo decisivo la possibilità reale di incanalare il movimento dei lavoratori verso un reale percorso di trasformazione sociale autogestionaria.

Berneri fu un “maestro” di rigore analitico e di impegno rivoluzionario. “Guerra di Classe” diventò immediatamente un punto di riferimento, una tribuna aperta, per i rivoluzionari italiani e non, e soprattutto per la qualità delle tematiche dibattute: dall’autogestione della produzione alla pratica federativa delle comuni libertarie, dalle milizie armate dei lavoratori alla libera autorganizzazione dei bisogni sociali ed individuali.

Ben presto si accorse che il pericolo per la rivoluzione non veniva solo dalla barbarie fascista. Ma anche da Stalin.

Berneri denunciò prontamente la politica sovietica in Spagna.

Gli emissari di Stalin avevano il preciso ordine di trasformare nel più breve tempo possibile la rivoluzione spagnola in una generica “guerra d’indipendenza”. La Repubblica spagnola doveva solo fungere come “democratica e progressiva” esperienza contro l’avanzata del fascismo internazionale, quindi dotata di un governo (serio e responsabile!) rispettoso dello stato di cose esistenti.

Sfruttando abilmente il “non intervento”, ossia il rifiuto delle nazioni europee di fornire armi alla Spagna, e basandosi sulle strutture poliziesche e militari inviate direttamente su ordine di Stalin, questi emissari non si fecero scrupolo di abbattere con la forza qualsiasi organizzazione rivoluzionaria. Del resto sulla “Pravda” del 17 Dicembre 1936 si affermava senza mezzi termini che “in Catalogna è cominciato il repulisti degli elementi trotzkisti e anarcosindacalisti; questa opera sarà condotta fino in fondo con la stessa energia con la quale fu condotta in U.R.S.S.”

La sistematica descrizione di Berneri circa gli atti devastanti dello stalinismo fu sempre precisa e puntuale. Dalle colonne di “Guerra di Classe” uscirono articoli di denuncia come la difesa del P.O.U.M. (partito rivoluzionario non allineato a Mosca) e contro gli attacchi “terroristici” contro le collettività agricole e le fabbriche autogestite dei lavoratori. Inoltre, Berneri “non si era limitato a condannare lo stalinismo ma aveva pubblicato una serie di articoli sul fallimento della teoria marxista-leninista della dittatura del proletariato, che aveva avuto nello stalinismo la sua applicazione pratica”.[3]

A Barcellona, nel maggio del 1937 gli emissari di Stalin passarono direttamente al “terrore”. Si iniziò con l’attacco armato alla Centrale Telefonica, una delle più importanti strutture autogestite dai lavoratori della C.N.T., e con l’occupazione armata della città. Contro i comunisti i lavoratori alzarono le barricate e risposero al fuoco.

Camillo Berneri venne invece sequestrato da una “squadraccia” insieme all’anarchico Francesco Barbieri. Vennero ritrovati la notte stessa, abbandonati in mezzo alla strada, crivellati di colpi.[4]

 

B)   L’Italia fascista in guerra e la resistenza

 

 

La vittoria fascista nella guerra civile spagnola rappresentò una tragedia per milioni di persone.

Soprattutto per l’Unione Sindacale Italiana le difficoltà furono immense e tragiche allo stesso tempo. Nel 1940 con l’occupazione della Francia da parte dei nazisti tutte le strutture in esilio della AIT, e l’U.S.I. in primo luogo, furono duramente colpite e private del minimo apporto organizzativo e di coordinamento. La lotta fu solo possibile a livello individuale ed a piccoli gruppi.

Com’è noto il tracollo del fascismo in Italia nel 1943 dette avvio al processo di resistenza armata ed alla lotta di liberazione dall’invasore tedesco.

L’U.S.I., per forza di cose frammentata in gruppi, fu comunque capace di operare in realtà come la Toscana, la Liguria e il Piemonte. In molti strati di lavoratori crebbe il desiderio di una trasformazione rivoluzionaria che abolisse il capitalismo e lo stato, e che desse comunque una spinta a tutti coloro che cominciavano a sentirsi soffocare dal politicismo del Comitato di Liberazione Nazionale. Altrettanto noti sono i giochi politici  che caratterizzarono i partiti, comunista per intero e socialista nella parte moderata, membri del C.N.L., e della loro comune volontà di impedire realmente qualsiasi tentativo di rivoluzione in Italia. Purtroppo di fronte a questo clima soffocante, la reazione dei libertari italiani fu debole e poco convinta, malgrado lo sforzo ed il sacrificio di gruppi e reparti di resistenti.

Tuttavia, nonostante le difficoltà evidenti, i militanti sindacalisti rivoluzionari ed anarcosindacalisti fecero per intero il loro dovere e pagarono un altissimo tributo di sangue per la causa della liberazione dai nazi-fascisti.

 

 

 

 

C)   Il problema della ricostituzione dell’Unione Sindacale Italiana

 

 

Nel Settembre 1944 a Napoli (in zona libera dall’occupazione tedesca) i “Gruppi Libertari” decisero in un convegno di costituire “Gruppi di Difesa Sindacalista” nell’ambito di categorie di lavoratori come il Sindacato Ferrovieri, Portuali, Edili e la Federazione Gente del Mare. Organizzati ma ‘autonomi’ all’interno della C.G.L., i “Gruppi” si strutturano in vista di una pronta ricostituzione dell’U.S.I., libera da partiti e condizionamenti politici, seguendo i principi e la tradizione ideale ed organizzativa del sindacalismo rivoluzionario italiano.

Gli orientamenti favorevoli alla ricostituzione vennero però significativamente frenati al convegno tenuto a Milano nel giugno 1945, dove la “Federazione Comunista Libertaria Alta Italia” decise in pratica di mettere in primo piano il problema dell’unità sindacale.

La situazione, già difficile dopo questo tipo di ‘risoluzioni’, divenne effettivamente grave quando nel settembre dello stesso anno a Carrara, costituendosi la Federazione Anarchica Italiana, si impedì formalmente la ricostituzione dell’U.S.I.

L’intera storia dell’Unione Sindacale Italiana e il suo progetto rivoluzionario vennero così irreparabilmente svenduti alla cosiddetta “unità sindacale”. Quello che non riuscirono a fare i comunisti autoritari del P.C.d’I. lo fecero con tutta tranquillità e prosopopea i cosiddetti “comunisti libertari” della neocostituita F.A.I.

Com’è noto, il mito dell’ ”unità sindacale” cominciò a dare i suoi frutti avvelenati con il riflusso del noto “vento del nord”, quando la gestione operaia delle fabbriche, delle manifatture e delle terre terminò per volontà dei partiti di unità nazionale (Comunisti, Socialisti, Democristiani). A livello sindacale questa tendenza venne perfezionata con il congresso del febbraio 1945, il 1° congresso della “unitaria” C.G.I.L.: in precedenza le basi dello stesso vennero gettate nel giugno ’44 con il cosiddetto “patto di Roma”.

I “rivoluzionari anarchici” della F.A.I. impedirono in pratica la ricostituzione di una organizzazione sindacale non solo nettamente alternativa alla C.G.I.L. ma anche effettivamente capace di aggregare ingenti masse lavoratrici, in grado soprattutto di affrontare il fin troppo noto scontro di classe che le forze della restaurazione stavano di fatto attuando. In conclusione, ma non meno importante, si erano anche dimenticati che cosa era successo in Spagna nel 1937.

Come espresse uno studioso “L’U.S.I.  si era sempre caratterizzata come un sindacato rivoluzionario, basato sui principi del federalismo, dell’autogestione, dell’azione diretta, al cui interno convivevano lavoratori provenienti da tendenze ed esperienze politiche anche diverse ma che si trovavano uniti nei principi base dell’U.S.I. e nella sua visione strategica e tattica della lotta di classe.

Al suo interno la componente anarchica, pur avendo militanti di grande prestigio, si era rapportata con l’U.S.I. su un piano di correttezza, portando il suo indispensabile contributo all’organizzazione ma agendo nel rifiuto di qualsiasi ingerenza e di ogni pretesa egemonica. L’U.S.I., nel suo insieme, fu sempre gelosa e fiera di questa sua autonomia da qualsiasi partito o movimento specifico perché proprio questi principi differenziavano l’organizzazione dagli altri sindacati, cinghie di trasmissione di forze politiche che sfruttavano l’organizzazione di massa per i propri fini strumentali e di potere.

Dall’avvento del fascismo in poi si crea una nuova differente situazione con la distruzione dei sindacati, la repressione, gli anni dell’esilio, la guerra di Spagna, il conflitto mondiale e infine la resistenza. Si trasforma così radicalmente anche il rapporto tra ciò che era rimasto dell’U.S.I. e l’anarchismo italiano.

Privata l’organizzazione di una sua struttura propria, la “questione” U.S.I. diventa una problematica interna al movimento specifico anarchico e quando questo, nell’immediato dopoguerra, decide per l’entrismo nella C.G.I.L., il processo di riorganizzazione dell’alternativa sindacalista rivoluzionaria in Italia subisce un irrimediabile ritardo che condizionerà pesantemente e negativamente i suoi sviluppi futuri.

Resta inoltre la consapevolezza dell’evidente grave errore politico di aver affidato a un movimento specifico (la F.A.I. – NdR) scelte, come la ricostruzione o meno dell’U.S.I., che senz’altro non gli competevano, scavalcando ed affossando così una consolidata prassi libertaria di corretto rapporto dualistico ed autonomo tra organizzazione specifica ed organizzazione di massa.”[5]

 

 

Appendice A

 

Armando Borghi

“L’Unione Sindacale Italiana per l’Internazionale Libertaria”

tratto da: AAVV, A.I.T. 1922-1932, Firenze, C.P.E., 1973

 

I violenti tumulti che furono dapprima scatenati in Europa attraverso la rivoluzione russa entusiasmarono la classe lavoratrice di quei popoli latini facilmente infiammabili e risvegliarono affettuose simpatie per le conquiste dell’Europa Orientale. Mosca divenne il simbolo della rivoluzione mondiale. I sindacalisti italiani che, solo nella rivoluzione sociale mondiale, vedevano la loro liberazione, si misero al fianco dei difensori della rivoluzione e si dichiararono d’accordo con i rappresentanti della Russia dei Soviet. Quando però più tardi Armando Borghi andò in Russia come delegato dei sindacalisti italiani, ciò che egli trovò nella Russia rivoluzionaria cambiò repentinamente le sue migliori speranze in una triste delusione. Egli credeva di trovare un popolo libero, vede invece una autorità statale peggiore della democrazia borghese occidentale. Le notizie delle persecuzioni dei bolscevichi russi contro anarchici e sindacalisti, che piano piano furono riconosciute anche in Italia, contribuirono a non far aderire l’U.S.I. all’Internazionale Comunista e all’Internazionale Sindacale Rossa.

Sulla scorta di queste esperienze ebbe luogo il Congresso dell’Unione Sindacale dal 10 al 14 Marzo 1922. Il Congresso doveva decidere in merito alla posizione internazionale dell’organizzazione ed alla tattica da usare nel proprio paese. Sebbene anche i comunisti e i sindacalisti italiani comunisti, che si erano impegnati per iscritto con l’Internazionale Sindacale Rossa (e come si è appreso da fonte comunista, grazie all’aiuto finanziario della I.S.R.), fossero rappresentati al Congresso, era però ancora vivo il sano spirito federalista, così forte nelle fila dei sindacalisti rivoluzionari italiani, cosicchè le tendenze centralizzatrici non poterono affermarsi. Ciò risultò chiaramente dal fatto che la mozione di questa tendenza ricevette solo 18 voti, mentre la mozione della corrente federalista fu approvata con 25 voti. Questa deliberazione diceva così:

“Il IV° Congresso dell’Unione Sindacale Italiana si pone sullo stesso terreno della 1° Internazionale.

Esso constata che la rinascita dell’Internazionale, che deve comprendere in se tutti i sindacati rivoluzionari, non è stata possibile, poiché dapprima fra i comunisti e in seguito nell’Internazionale Sindacale Rossa, domina un esclusivo spirito di partito. L’U.S.I. si vale dei principi e dei mezzi di lotta dell’anarco-sindacalismo, è avversaria del centralismo e difende la completa indipendenza dei sindacati di fronte ai partiti politici. Il Congresso delibera di mettersi sul terreno dei sindacalisti rivoluzionari francesi (della C.G.T.U.) e di partecipare alla Conferenza internazionale dei sindacalisti rivoluzionari di tutto il mondo per rappresentarvi i principi fondamentali dell’U.S.I.

Questi sono:

1.    L’azione diretta rivoluzionaria della classe lavoratrice per annientare il padronato ed il salariato.

2.    Totale esclusione del partito comunista e di ogni movimento simile.

3.    Esclusione dell’Internazionale Sindacale di Amsterdam e di tutti i gruppi di collegamento centrale che si sono legati a questa Internazionale per mezzo delle loro unioni professionali.

4.    L’attività e le linee direttive dell’Internazionale sindacalista si devono limitare ai problemi di carattere internazionale.

5.    Temporanei collegamenti potranno essere stabiliti volta per volta con altre organizzazioni sindacali e politiche per determinare azioni internazionali che sono nell’interesse della classe lavoratrice.

Questi postulati sintetizzano le condizioni essenziali perché tutti i movimenti e tutte le forze, che si riuniscono in questa conferenza, possano aderire all’Internazionale Sindacale Rossa.”

 

Fu inoltre accettata una proposta complementare, nella quale si richiedeva che il prossimo congresso dell’Internazionale Sindacale Rossa avesse luogo nell'Europa occidentale e che la futura sede del comitato esecutivo dovesse essere fuori dalla Russia. Il Congresso si occupò poi di un altro problema che fu messo in discussione dai seguaci di Mosca. Com’è noto l’Internazionale Sindacale Rossa si organizzò per cellule; conseguentemente pretesero che l’Unione Sindacale si sciogliesse ed invitasse i suoi membri ad entrare in formazioni centrali (C.G.L.) per poterle combattere dall’interno. La relativa mozione ricevette tuttavia solo 16 voti, mentre una risoluzione, nella quale si intendeva esprimere la strategia contraria, fu accettata con 60 voti. Questa risoluzione era così formulata:

“Il Congresso dell’Unione Sindacale Italiana afferma che l’unità del proletariato può essere solamente il risultato di un accordo fermo e spontaneo delle masse che sono organizzate in quanto classe e che si ritrovano insieme nelle azioni dirette a scopo rivoluzionario, ad esclusione delle aspirazioni particolaristiche dei partiti politici e di ogni mira corporativa.

Considerando:

;  che tutti i tentativi di unire il proletariato sono destinati a fallire per la sistematica opposizione della frazione socialdemocratica e riformista, poiché quest’ultima mira sempre ad assicurarsi il dominio sul proletariato per mezzo di una politica di collaborazione tra sindacati, parlamento, governi e di conseguenza con le classi dominanti;

;  che nell’attuale situazione per la crescita del movimento operaio italiano le condizioni sono lontane;

;  che l’Unione Sindacale è l’unica che ha saputo sollecitare il processo rivoluzionario della classe lavoratrice, il Congresso delibera:

1.    che possono essere iniziati eventuali rapporti tra formazioni centrali, come pure con altre organizzazioni sindacali, in base a principi concordati in discussioni, che riguardino in generale il proletariato, come la difesa delle conquiste politiche;

2.    che ogni proposta d’alleanza con diverse organizzazioni sindacali debba essere sottoposta a un minuzioso esame prima che possa venire appoggiata;

3.    che le organizzazioni locali e regionali quali camere del lavoro, le associazioni professionali, le federazioni dell’industria ecc., che sono attualmente autonome o che appartenevano un tempo all’Unione Sindacale, possono aderire all’unione Sindacale senza altra condizione che il riconoscimento dei suoi statuti e delle sue deliberazioni congressuali.”

 

Questa posizione dei sindacalisti italiani sia a livello nazionale che internazionale mostra inequivocabilmente come si speri di realizzare la rivoluzione sociale, non per mezzo di un collegamento con i politicanti, bensì con la sola classe lavoratrice organizzata economicamente. Essendo d’accordo, in questo senso con le organizzazioni similari degli altri paesi, si può concludere la ragione che i sindacalisti italiani delegati alla Conferenza di Berlino si troveranno solidali con tutti gli altri sull’unione di tutti i sindacalisti.

 

Questo articolo è stato scritto dieci anni fa dal compagno Borghi ed è apparso nel Bollettino Internazionale, pubblicato nel giugno 1922 dall’Ufficio organizzativo della Conferenza Internazionale dei Sindacalisti.

Il punto di vista dell’Unione Sindacale Italiana è oggi (1932) lo stesso di dieci anni fa. Per l’esattezza, la sua organizzazione è stata sciolta, ma gli aderenti restano fedeli alle idee dell’anarco-sindacalismo, nonostante ogni persecuzione, tenuti relegati e esiliati, nelle carceri e nei penitenziari.

Nel frattempo si è persino verificato un utile cambiamento tra i militanti italiani. Mentre dieci anni fa una gran parte degli anarchici italiani era contro il sindacalismo, nel corso degli ultimi anni un sempre maggiore numero di anarchici si è avvicinato alle idee dell’anarco-sindacalismo. Il terreno ideologico del movimento italiano si è ancor più consolidato oggi al momento della crisi del 1922.

L’Unione Sindacale Italiana guadagna sempre più simpatia fra il proletariato italiano, e possiamo stabilire con sicurezza che il movimento sindacale italiano procederà più forte che mai quando il fascismo sarà vinto.

 

 

Appendice B

 

Camillo Berneri

“L’ora dell’anarco-sindacalismo”

tratto da “Guerra di Classe”

Parigi, Settembre 1930

ora in C. Berneri, op. cit., pp. 109-112

 

Cari compagni,

se vi mando una lettera invece di un articolo, è perché il secondo dà sempre l’impressione di qualche cosa di definitivo mentre la prima meglio si attaglia alle incertezze, ai dubbi, alle contraddizioni anche, di chi non vede ancor chiaro un problema in tutti i suoi aspetti, ma solo in alcuni; e anche questi fino a un certo punto. Mi pare, inoltre, di poter meglio, più spontaneamente esprimermi, ché ho presente voi dell’Unione Sindacale Italiana, rimasti uniti e laboriosi attorno ad una bandiera che, altrimenti, sarebbe finita polverosa e tarlata.

E’ sempre bello che una vecchia guardia salvi e conservi l’onore del reggimento, ma non è soltanto la simpatia per la vostra tenace fedeltà che mi avvicina a voi. C’è qualche cosa di più ampio e di più profondo: la convinzione che l’anarco-sindacalismo sia il terreno sul quale il movimento anarchico potrà entrare con chiarezza di scopi e vigoria di effetti, nel gioco delle forze sociali e politiche della rivoluzione antifascista. Ma vedo pericoli, temendo che non abbastanza si sia elaborata, aggiornandola con le esperienze multiple e gravi del fascismo, l’ideologia anarco-sindacalista, che mi pare consistere, essenzialmente, in un trasferimento marxisteggiante del populismo rivoluzionario sul terreno delle correnti integraliste della democrazia, trasferimento che ha per stella polare l’idea di prendere contatto con le masse, di penetrarle, in una parola, di conquistarle. Con l’anarco-sindacalismo, l’anarchismo esce fuori dallo snobismo, dal cerebralismo onanista, dall’individualismo egotista, dal nichilismo esasperato e disperato. Là dove il movimento anarchico ha radici nel movimento sindacale, ha una partecipazione vasta e seria alla lotta di classe, là esso presenta un’organicità, una vitalità, una maturità, insomma, che largamente compensa delle deformazioni e delle insufficienze dottrinarie e tattiche.

Se il movimento anarchico russo non s’è trovato all’altezza della situazione fu, essenzialmente, perchè non unificato da un comune sforzo contingente atto a dedurre o a porre in disparte i dissensi metafisici o di dettaglio. E là dove il movimento anarchico vive fuori dall’orbita dell’attività sindacale, là appaiono gli stessi segni di disorientamento, gli stessi fenomeni di bizantinismo e di dilettantismo, gli stessi sintomi di un vero e proprio marasma o di una lentissima convalescenza.

Al contrario, fra i movimenti anarchici quello italiano e quello di lingua spagnola sono alla testa, non soltanto dal punto di vista dell’influenza sulle masse lavoratrici ma anche da quello dell’elaborazione ideologica, della cultura, della combattività.

Ma, i movimenti anarco-sindacalisti di Spagna, dell’Argentina, della Svezia, ecc. mancano di quella particolare esperienza del movimento italiano: del fascismo. E non soltanto del fascismo di per se stesso, squadrista e corporativo, ma delle circostanze dalle quali scaturì e nelle quali si consolidò. Fra queste esperienze, vi è quella delle insufficienze tattiche del movimento anarchico, troppo fiducioso nei fronti unici, troppo poco autonomo, in funzione di nuclei di avanguardia con funzioni di attacco e di difesa armata. La corrente anarco-sindacalista fu principalmente soggetta agli errori e alle insufficienze dell’anarchismo militante e l’Unione Sindacale non seppe tracciare delle nette ed organiche linee programmatiche e tattiche.

Essa non lo poteva principalmente per la natura eterogenea dei suoi quadri, per l’eclettismo imperante nella sua stampa. Il fenomeno parlamentarista di Angelo Faggi, il sindacalismo integrale di Giovannetti, la posizione di teorico di primo piano di Enrico Leone stanno ad indicare, a parer mio, che gli anarchici avevano dell’Unione Sindacale un cavallo di Troia ed un campo di sperimentale, ma non un organismo da essi del tutto penetrato e  permeato. L’agnosticismo di molti compagni nei suoi riguardi, l’avversione di non pochi, la tesi unitaria, alla quale aderivano compagni di grande valore, stanno a provare che l’anarco-sindacalismo in Italia era qualche cosa di vasto e di complesso, irracchiudibile nell’orbita di un movimento specifico, vivente oltre, e un poco al di fuori, dell’Unione.

La maggior parte degli anarco-sindacalisti è costituita da anarchici che sono sindacalisti in quanto vedono nel sindacato un ambiente di agitazione e di propaganda più che di una organizzazione classista. E ben pochi anarco-sindacalisti si sono, quindi, posti i problemi inerenti al sindacato quale cellula ricostruttiva, quale base di produzione e amministrazione comuniste. Ancor meno numerosi sono coloro che si sono posti i problemi dei rapporti tra i sindacati e i Comuni. Ancor oggi siamo al bivio, tra l’insidia del sovietismo bolscevico e l’insidia unitaria accentratrice del confederalismo socialdemocratico.

Se vogliamo avere una piattaforma anarco-sindacalista seria occorre formulare un programma di opposizione e di costruzione, tenendo presente i problemi della rivoluzione italiana. La lotta per strappare alle tendenze e forze accentratrici il massimo possibile di autonomia sindacale nelle forme elettive e deliberative e nei rapporti con gli organi centrali esecutivi, non può che isterilire sul terreno nettamente antiautoritario in senso individualista o individualisteggiante. La lotta contro la burocrazia in generale ed il funzionarismo sindacale in ispecie deve evitare esagerazioni dannose, ma deve essere implacabilmente acuta. Il problema di uno Stato sindacale va discusso. Un’infinità di problemi, sui quali s’è sempre sorvolato, si affacciano in margine a quelli più noti e discussi e non sono meno importanti di quelli. Ad esempio, quale sarà l’atteggiamento degli anarco-sindacalisti di fronte al protezionismo doganale?

Guerra di Classe dovrebbe, a mio avviso, battersi su vari fronti, con convergenza di fuochi e abbondanza di munizioni. Contro il fascismo, illustrandone sistematicamente, cioè con serietà di fonti e sintetismo di esposizione, le malefatte. Contro il bolscevismo, quello di Russia e quello in potenza. Contro gli equivoci socialdemocratici. Contro l’anarchismo dagli occhiali rosa.

Opera di battaglia e di preparazione, di polemica e di cultura. Bisogna evitare di pubblicare tutto quello che non si capisce perché proprio Guerra di Classe l’ha pubblicato. Abbiamo bisogno di dati, di fatti, di idee. Necessita un’elaborazione vasta ed insieme profonda. Il compito è grave, le possibilità non molte. Ma avete fede e volontà.

E queste sono forze vive, fiamme che nessuna bufera di reazione può spegnere. Se in qualche cosa posso contribuire alla vostra opera lo farò di tutto cuore.

 

Appendice C

 

Los Solidarios

“L’Autogestione e la Rivoluzione Sociale.

Barcellona, 1936”

tratto da “Utopia”

Rivista del Circolo Anarchico Durruti
Roma, Giugno 2000
Supplemento a “Lotta di Classe”

 

 

All’alba del 19 Luglio 1936 la città di Barcellona vede i primi reparti dell’esercito nazionale uscire dalle proprie caserme. A parte qualche rara eccezione, tutti gli ufficiali non solo erano per l’alzamiento ma erano altresì convinti che la “marmaglia” sarebbe scappata al primo colpo di cannone. Diligentemente ed a passo marziale, la Spagna clerico-monarchico-fascista si prepara a ristabilire l’ordine di sempre.

La “marmaglia”, che a Barcellona si pronuncia CNT (Confederaciòn Nacional del Trabajo, sindacato libertario), è già in sciopero generale ed è pronta alla resistenza armata. Le armi sono poche e la maggior parte di esse è in possesso degli asaltos e della guardia civil (che solo a Barcellona rimase fedele alla Repubblica). A gruppi singoli molti di questi uomini solidarizzano con i lavoratori e molte armi vengono così distribuite.

Alle prime esplosioni dell’artiglieria e alle raffiche di fucileria e mitragliatrici, il popolo è in strada, costruisce le barricate ed ostruisce gli accessi, assale il nemico, lo disorienta e poi lo sconfigge duramente. La “passione rivoluzionaria” esplode, le chiese bruciano, le caserme sono occupate. In meno di 48 ore l’alzamiento è schiacciato.

Barcellona non ha più istituzioni statali, non ha più autorità costituite, il solo potere riconosciuto è quello dei lavoratori sulle barricate. Le scritte CNT-AIT sono su tutti gli autoveicoli requisiti, le bandiere rosso-nere sono issate nei palazzi, negli edifici, nei quartieri.

A prima vista, nel furore dei combattimenti di strada durati decine di ore, non fu possibile rendersi conto che i servizi più importanti erano ormai in regime di autogestione. Tutto cominciò a diventare più chiaro quando, occupati fin dalle prime ore dei combattimenti, ospedali, laboratori e aziende farmaceutiche cominciarono a funzionare sotto il controllo diretto dei lavoratori. A macchia d’olio l’autogestione si estese a tram, autobus, metropolitane e treni. Alla Centrale Telefonica, conquistata ed occupata dopo furiosi combattimenti, gli operai della CNT elessero immediatamente un comitato ed iniziarono in regime di autogestione le riparazioni e le espansioni di rete. Ma furono i lavoratori armati dei sindacati di categoria ad organizzare immediatamente la produzione e la distribuzione. Ad esempio, il Sindacato degli alimentaristi cominciò fin da subito ad organizzare la collettivizzazione dei prodotti dei mercati rionali, dopo che inizialmente aveva creato in tutti i quartieri i centri di distribuzione dei prodotti alimentari e delle mense popolari. Tutto questo poneva in relazione i lavoratori organizzati nei sindacati della CNT con i gruppi di quartiere e di strada che avevano partecipato alla lotta.

La solidarietà di classe, che produsse l’espansione rivoluzionaria, fu indubbiamente favorita dalla dinamica dei gruppi primari, dove gli elementi riconoscibili sono proprio tra coloro che hanno in comune il lavoro, la condizione sociale e l’appartenenza fisica al quartiere di riferimento. E’ interessante notare la differente articolazione dei quartieri cittadini. Dove si è in presenza di fasce sociali alte/medio-alte risultò evidente una reazione quanto meno favorevole (e anche attiva) all’alzamiento, con le evidenti fughe ed abbandoni dopo la vittoria popolare. Nei quartieri popolari la “revoluciòn social” genera invece un’esplosione di attività autogestite. Sono i luoghi della sociabilità, i luoghi del ritrovo e della riunione, a determinare le forme dirette ed orizzontali dell’autogestione; la forma tipica è l’assemblea e la nomina dei delegati. Le assemblee stabiliscono innanzitutto che tutto ciò che era diretto o di proprietà di fascisti e sediziosi è “apropriado”, ossia espropriato, e decidono anche le modalità per essere “colectivizadas” (collettivizzate).

A Barcellona il luogo tipico della sociabilità è, diciamo per definizione, la sede del sindacato di mestiere, la struttura autogestita dei lavoratori dei diversi rami di produzione. E questo che lega e mette in relazione tutte le “modalità” della rivoluzione. Senza passare più per le istituzioni regionali o statali.

Per avere un’idea di quanto fossero estese le “trasformazioni rivoluzionarie” e quante fossero le migliaia di lavoratori impegnati nelle “collettivizzazioni”, bisogna tenere presenti le cifre del luglio’36. Tipo di imprese collettivizzate e autogestite:

·       Trasporti urbani

·       Ferrovie urbane ed extraurbane

·       Rete ferroviaria regionale

·       Metallurgia

·       Petrolchimica

·       Industria automobilistica

·       Tessili

·       Alimentari

·       Servizi

Un secondo livello di autogestione riguardava tutte le imprese omogenee di produzione che vennero raggruppate in settori di produzione collettivizzata, chiamate “agrupaciones”, e queste erano: Colectivas de:

·       Costruzioni

·       Legno e affini

·       Barbieri e parrucchieri

·       Spettacolo

·       Elettricità

·       Comunicazioni

·       Industrie del vetro e cristalli

·       Industrie ottiche

·       Fonderie

·       Chimica industriale

·       Gas

·       Utensili (ferro e legno)

·       Alimentari

Il terzo livello, inteso come “federazioni regionali iberiche autogestite”, mancò. Per le fin troppo note vicende dell’intervento comunista che affossò materialmente la rivoluzione spagnola.

Ma come funzionava la pratica dell’autogestione?

Elemento fondamentale fu senza ombra di dubbio il grado altissimo di spontaneità e partecipazione. La rappresentazione classica della rivoluzione spagnola del 1936 ci ha dato quasi sempre le immagini di lavoratori e di lavoratrici armati sulle barricate delle città. Oppure che formavano le colonne di miliziani che partivano per il fronte aragonese. Poco si è detto delle altre fondamentali milizie, i lavoratori e le lavoratrici che affrontavano il “mondo nuovo” dell’autogestione operaia.

Esiste una molteplicità di nomi e di simboli per definire le modalità organizzative dell’economia socialista autogestita del 1936. Tra le definizioni comuni (pur nelle differenze tra impresa e impresa) si possono citare:

L’Assemblea Generale, il Consiglio di Fabbrica, le Commissioni, il Comitato Sindacale.

L’Assemblea Generale era formata da tutti i lavoratori manuali, amministrativi, commerciali e tecnici. Era il massimo organo decisionale per discutere e definire le linee generali di azione, per nominare e revocare i membri degli organi di gestione quotidiana, per il controllo.

Il Consiglio di Fabbrica, eletto direttamente dall’Assemblea Generale sotto forma di delegati, era l’organo incaricato della direzione quotidiana tecnico-economica. Previa richiesta all’Assemblea Generale, nominava le Commissioni di settore.

Il Comitato Sindacale era l’organo della difesa diretta degli interessi quotidiani dei lavoratori e delle lavoratrici. Tra i suoi obiettivi principali la lotta costante a qualsiasi forma di burocratizzazione.

Gli effetti pratici dei Comitati Sindacali potevano così delinearsi:

- miglioramento “totale” delle condizioni di lavoro (tra cui gli orari)

- diminuzione delle differenze di salario

- creazione di organi di assistenza e previdenza

- misure per la lotta contro la disoccupazione

- formazione continua dei lavoratori e delle lavoratrici (fisica, intellettuale, professionale)

- attenzione agli interessi dei consumatori.

 

Solo accennando alle Comuni di villaggio della Catalogna e dell’Aragona, centinaia e centinaia di Comuni libertarie dove si era solennemente proclamata l’abolizione dello Stato, della Chiesa e della proprietà privata dei mezzi di produzione, è utile ribadire quanto ancora sia vasto in estensione e profondità il settore della ricerca storica, sociale, economica e sociologica sulla Rivoluzione Spagnola del 1936. Che rimane ancora una lezione per il futuro. Da considerare.

 

Appendice D

 

Camillo Berneri

“Asinerie settarie”

tratto da “Guerra di Classe”

Barcellona, Novembre 1936

ora in C. Berneri, op. cit., pp. 222-224 con il titolo “Risposta a Ercoli sulla Rivoluzione Spagnola”

 

Ercoli (Palmiro Togliatti, emissario di Stalin in Spagna nel 1936 – NdR) ha trattato recentemente su Il Grido del Popolo, delle particolarità della rivoluzione spagnola, che egli riduce a “una guerra nazionale-rivoluzionaria” e “nazionale” perché fatta dal popolo per la liberazione propria e del paese “dall’asservimento allo straniero” e per la liberazione “dei catalani, dei baschi, dei galiziani dall’oppressione della nobiltà castigliana”. Che, obiettivamente considerata, la guerra civile spagnola sia popolare-nazionale è vero, benchè soltanto parzialmente. Quello che è nettamente non rispondente a verità è l’attribuzione al proletariato spagnolo di una significazione nazionalista della guerra civile che non sia una colorazione ma invece una determinante centrale. E’ evidente l’intento dell’Ercoli di inquadrare la rivoluzione spagnola negli schemi….classici consueti ai propagatori della tesi della “guerra rivoluzionaria”, ma fino a qui si è sul terreno delle idee e su questo terreno tutte le escogitazioni e tutte le formulazioni sono legittime.

Là dove Ercoli si abbassa è in quei passaggi nei quali è questione delle retrospettive essenziali della recente situazione spagnola nonché di quella attuale. Della C.N.T. e della F.A.I. parla pochissimo, giungendo a tacere l’enorme ruolo avuto nella rivoluzione spagnola e cadendo nel grottesco con affermazioni di questo genere: avere la ideologia e la pratica dell’anarco-sindacalismo ostacolato “il prevalere dello spirito di organizzazione e della disciplina che sono proprie del proletariato”: quello spirito, forse, che ha dato così ottimi risultati, sotto la lungimirante guida dei capi socialdemocratici e di quelli bolscevichi in Italia, in Germania e in Austria! Se il proletariato spagnolo è insorto contro il fascismo con uno slancio ardito e insuperato e forse insuperabile, il merito è, evidentemente, dei vari Caballero e di quel potentissimo partito “di masse” che era il partito comunista spagnolo.

Ercoli, che è un formidabile pince sans rire, erudendo il pupo stalinista, gli spiega che l’anarchismo spagnolo “è un fenomeno particolare, conseguenza dell’arretratezza economica del paese, nonché dell’arretratezza della struttura politica, della dispersione delle forze della classe operaia, della esistenza di una massa di elementi dèclassès e, infine, del particolarismo regionale. Esso è, cioè, l’espressione di un gruppo di fatti caratteristici di un paese ricco di sopravvivenze feudali”.

Segnalo questo ameno passaggio ai cultori del problema della metempsicosi, o, più semplicemente, ai colleghi di clichès slabbrati. Ercoli non saprebbe certamente spiegare come mai l’anarchismo spagnolo sia nato in Catalogna invece che in Andalusia e perché sia così intimamente connesso con la tradizione anarchica degli altri paesi, compresi quelli nei quali questa è vegeta e correlativa a grande modernità economica (Svezia, per esempio). Ercoli continua:

“Nel momento attuale, mentre il popolo spagnolo tende tutte le sue forze per respingere l’assalto della bestia fascista, mentre gli operai anarchici si battono eroicamente al fronte, esistono molti elementi i quali, mascherandosi dietro i principi dell’anarchismo, mettono in pericolo la solidità e la compattezza del Fronte Popolare con i loro progetti avventati e prematuri di “collettivizzazione” forzata, di “soppressione della moneta”, con la predicazione dell’ “indisciplina organizzata”, e così via”.

Il popolo è tutto in armi e combattente, “gli operai anarchici” sono al fronte, ma restano molti elementi pseudo-anarchici (per lo meno degli agenti di Franco e di March) che con il proprio estremismo fanno il giuoco del fascismo.

Non avendo il cervello di Marx, Ercoli ne ha il fiele. Il quale gli dà alla testa fino a fargli dire che gli anarchici spagnoli “per lunghi anni trascurarono le rivendicazioni dei contadini”.

Se in Catalogna le campagne hanno efficacemente reagito al fascismo sapete di chi è il merito? E’ dei Catalanisti! Dal 1873 anno in cui la Union de los Trabajadores del Campo era già una delle più forti sezioni della Federaciòn ad oggi, tutta la storia dell’anarchismo spagnolo è là a dimostrare il contrario di quanto Ercoli asserisce con perentorietà professorale quanto asinesca.

A voler rispondere ad un articolo come quello dell’Ercoli pare proprio di gettare via del tempo, sì che faccio il punto. E’ dal 1872 che, in testa il Lafargue, i marxisti diffamano il movimento anarchico spagnolo, dicendo delle sciocchezze ancor più madornali delle loro diffamazioni.

Ercoli continua la tradizione.

 

Riferimenti bibliografici

 

Convegno Sindacale di Parma

3 novembre 1907.

Parma, Tip. Cooperativa, 1907

 

Unione Sindacale Italiana

IV° Congresso Nazionale, Roma 10-11-12 marzo 1922

Programma, Relazioni e Statuto, con le modifiche proposte

Ed. “Guerra di Classe”, 1922

 

Di Bernardino - De Dominicis (a cura di)

Unione Sindacale Italiana.

Congresso costitutivo. Modena 1912

sta in “Sempre” almanacco n. 2 di “Guerra di Classe”, S.I. 1923

 

I. Garinei, “Appunti storici sul Movimento Operaio”

sta in “Umanità Nova”, n. 28 Roma 8 luglio 1956

 



[1] Le Camere del Lavoro dell’U.S.I.. incendiate ed occupate dai fascisti con l’appoggio delle forze di po­lizia fino al 1925, quando i propri dirigenti erano in­carcerati o assassinati o costretti ad emigrare all’estero clandestinamente (come Armando Borghi e Camillo Berneri che portarono il Comitato in esilio dell’U.S.I. in Spagna, in solidarietà alla CNT anarcosindacalista, insieme a Carlo Rosselli di Giustizia e Libertà, con la parola d’ordine “oggi in Spagna domani in Italia”) furono le seguenti: Andria, Bari, Bologna, Brescia, Carrara, Cerignola, Genova, Livorno, Mantova, Minervino Murge, Modena, Piacenza, Piombino, Pisa, Rovereto, Sampierdarena, Savona Vado, Sestri Ponente, Taranto, Terni, Valdarno, Verona, Viareggio, Vicenza; mentre le Unioni Locali distrutte  furono: Arezzo, Bolzaneto, Cesena, Ferrara, Firenze, Iglesias (sede del Sindacato minatori),Imola, Lucca Milano, Parma, Pistoia, Roma, Torino, Varese, Suzzara, Rosignano, Nocera Inferiore (SA), Casteggio, Castelbolognese, Finalmarina, Gambettola, Cazzada, Mondovì, Oneglia, Orbetello, Riomaggiore, S. Sofia ecc.

I Sindacati Nazionali di Industria distrutti furono:  Sindacato Nazionale Metallurgici, con sede a Sestri Ponente con ultimo segretario Antonio Negro; Sindacato Nazionale delle Costruzioni, con sede a Bologna e segretario Pietro Comaschi; Sindacato Nazionale Lavoratori Agricoli, con sede a Modena e suo ultimo segretario V. Messerotti; Sindacato Nazionale Minatori, con sede a Livorno e suo ultimo segretario Riccardo Sacconi; Sindacato Nazionale Tessili, con sede a Verona e suo ultimo segretario Nicola Vecchi.

“Lotta di Classe” Periodico nazionale dei lavoratori dell’Unione Sindacale Italiana, n. 3, novembre 1983.

[2] Nell’ambito del movimento libertario e rivoluziona­rio italiano in Francia, Guerra di Classe era al centro di un serrato confronto su i problemi organizzativi e strategici. Ad esempio Camillo Berneri sosteneva tra l’altro che “con l’anarco - sindacalismo, l’anarchismo esce fuori dallo snobismo, dal cerebralismo onanista, dall’individualismo egotista, dal nichilismo esasperato e disperato. (...) Se vogliamo avere una piattaforma anarco-sindacalista seria occorre formulare un programma di opposizione e di costruzione, tenendo presente i problemi della rivoluzione italiana.” E per quanto riguardava la funzione del giornale così continuava: “Guerra di Classe” - deve - “battersi su vari fronti, con convergenza di fuochi ed abbondanza di munizioni. Contro il fascismo, illustrandone sistematicamente, cioè con serietà di fonti e sintetismo di esposizione, le malefatte. Contro il bolscevismo, quello di Russia e quello in potenza. Contro gli equivoci socialdemocratici. Contro l’anarchismo dagli occhiali rosa (...)”.

Camillo Berneri, “L’ora dell’anarco-sindacalismo”, in “Guerra di Classe”, Parigi settembre 1930, sta in C. BERNERI, “Pietrogrado 1917 Barcellona 1937 - Scritti scelti”, Ragusa Ed. La Fiaccola 1990, pp. 110, 111.

[3] P.C. Masini - A. Sorti, Appendice, pp. 251, sta in C. BERNERI, op. cit.

 

[4] Il 5 maggio 1937 agenti del partito comunista irruppero nella sua casa a Plaza del Angel e lo trassero in arresto insieme a Francesco Barbieri, militante anarchico. Poco dopo i loro corpi straziati furono ritrovati in strada. Il 19 agosto a Parigi, durante una commemorazione dei caduti antifascisti, Giuseppe Di Vittorio, una volta nell’U.S.I. ed in seguito zelante burocrate comunista, rifiutò decisamente che si facesse il nome di Berneri in quanto non si poteva “mandare un saluto a colui che pugnalava alla schiena dei bravi militi”.

Un breve profilo storico: Camillo Berneri (1897 - 1937) dopo l’iniziale adesione al P.S.I. aderì all’anarchismo. La sua militanza si caratterizzò subito per i numerosi interventi sulla stampa libertaria e per le lucide analisi sociali, culturali e politiche. Perseguitato dal regime fascista in Italia e all’estero come elemento pericolosissimo, fu ripetutamente espulso da Francia, Olanda, Germania, Olanda, Belgio e Lussemburgo. Iniziata la rivoluzione in Spagna accorse in Catalogna, dove insieme a Carlo Rosselli costituì la colonna internazionale Francisco Ascaso, formata da anarchici e socialisti di Giustizia e Libertà, che combattè sul fronte di Aragona. Nell’ottobre ‘36 divenne direttore del giornale dell’Unione Sindacale Italiana “Guerra di Classe”.

Cfr. P.C. Masini - A. Sorti, op. cit., sta in C. BERNERI, op. cit.

 

 

[5] G. CARERI, “Il Sindacalismo autogestionario. L’U.S.I. dalle origini ad oggi.” S. Benedetto del Tronto, Ed. USI, 1991, p. 110.